Islanda, dopo le elezioni il governo della rabbia

l43-islanda-130426203029_mediumAlla fine è andata come quasi tutti immaginavano, molti temevano. Il Partito dell’indipendenza ed il Partito progressista hanno formato un governo di centrodestra, come negli anni d’oro del liberismo più sfrenato. “Penso che molte persone rimarranno sorprese da come verrà formato il governo. Non esistono solamente due torri”, mi aveva detto speranzosa Birgitta Jonsdottir, leader del partito pirata islandese (lo stesso balzato recentemente agli onori della cronaca internazionale per aver offerto protezione a Edward Snowden, la “gola profonda” che ha rivelato alla stampa i segreti dei programmi di sorveglianza della National Security Agency americana).

Ma Birgitta si sbagliava. Il leader del Partito progressista (Pp)Sigmundur David Gunnlaugsson è il nuovo primo ministro dell’Islanda, con Bjarni Benediktsson, leader del Partito dell’indipendenza (Pi), nel ruolo di ministro delle Finanze.

Ancora torniamo a chiederci come è possibile? Per i lettori che non abbiano troppa confidenza con la recente storia islandese è d’obbligo fare un breve riassunto di cosa ha significato per il paese essere guidato per una quindicina d’anni da questi due partiti.

I quindici anni a cui si fa riferimento sono quelli che vanno dai primi anni Novanta al 2008. Sebbene il Pi ed il Pp siano stati da sempre i due partiti principali ed abbiano guidato il paese (uniti o separatamente) per buona parte della sua storia democratica, il periodo in questione è quello che più di qualsiasi altro ha stravolto la vita degli isolani. L’era Oddsson.

David Oddsson era salito alla guida del paese come leader del Pi nel 1991 e vi era restato ininterrottamente fino al 2004, per poi lasciare l’incarico all’amico e collega di partito Geir Haarde. In questi anni, assieme ai colleghi del Partito progressista con i quali spesso condivideva la formazione del governo, Oddsson avviò le grandi privatizzazioni e in particolar modo la privatizzazione del sistema finanziario, fino ad allora proprietà esclusiva dello stato.

Le banche vennero acquistate dagli esponenti di quella che stava diventando sempre più la nuova classe dirigente islandese: un gruppo di imprenditori/finanzieri senza scrupoli che amavano definirsi i “nuovi vichinghi”. In pochi anni l’Islanda si trasformò in uno dei paesi più ricchi e “felici” del mondo. Ecco un estratto da una rivista islandese che ricostruisce gli stravolgimenti culturali dell’epoca.

“Aeroplani pieni di islandesi di ritorno da Londra, il centro commerciale d’America, e New York con borse piene di oggetti tecnologici di alto livello o abbigliamento di design riempivano l’aeroporto a Keflavik. Consumismo appariscente è il nome dato al gioco. Restare al passo dell’ultima moda è d’obbligo per chiunque. Enormi suv riempiono le strade.” [1]

Oppure ecco cosa scriveva uno dei più noti scrittori islandesi contemporanei, Einar Mar Gudmundsson:

“Tutti salivano orgogliosi nelle loro macchine nuove, anche in macchine che non possedevano affatto, macchine piene di debiti, dalle ruote al tetto” [2].
Nel frattempo, sempre secondo Einar Mar, “I governanti del paese dormivano profondamente, alzavano le spalle e brindavano con i baroni della finanza, addirittura si offendevano se non venivano invitati alle loro feste che risplendevano delle luci, del glamour e dello scintillio di Hollywood”. [2]

Finché tutto finì di botto. La crisi innescata dai subprime americani travolse l’isola come uno tsunami, le banche fallirono, la nazione si trovò sull’orlo della bancarotta. Delle rivolte che seguirono ho già scritto varie volte, e rimando i lettori agli altri articoli che trovate linkati alla fine del testo, oppure se avete la pazienza di aspettare, al libro che ho terminato di scrivere e che uscirà a giorni.

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