“Come ho guidato la rivoluzione islandese”, incontro con Hordur Torfason

hordur1Hordur Torfason ha avuto una vita intensa, spesso difficile. Cantante ed attore di successo è nato e cresciuto in Islanda, fin quando nel 1975, ad appena trent’anni, è stato costretto a lasciare il paese dopo aver ricevuto minacce di morte per essersi dichiarato gay, uno dei primi a farlo apertamente in Islanda; vi è tornato anni dopo per fondare Samtökin ’78, l’associazione per i diritti dei gay più importante del paese; infine ha guidato le rivolte popolari del 2008, che hanno portato alle dimissioni del governo, dei governatori della banca centrale e dell’authority di controllo finanziario.

Una vita difficile, dicevamo. Eppure, a vederlo mentre mi viene incontro assieme al marito con aria sorridente e rilassata fuori dalla stazione di Venezia, non lo si direbbe. Parla un inglese perfetto e prende molto sul serio il proprio mestiere. “L’artista ha un ruolo sociale fondamentale – mi dice più tardi – deve criticare la società, tenere gli occhi aperti verso il potere, capire la realtà e poi deve parlare con la gente, coinvolgerla, e convincerla a fare lo stesso”.

È giunto in Italia invitato dall’associazione Fare Treviso, che ha organizzato quest’anno un interessante ciclo di conferenze sul tema del debito e sui modelli economici alternativi. Nelle settimane precedenti è stato in giro per l’Europa, poi è volato in Venezuela, quindi è arrivato da noi dove ha avuto tre giorni pieni d’incontri. “Il mio compito adesso – mi spiega – è quello di andare in giro e raccontare quello che abbiamo fatto, come lo abbiamo fatto, e quando e perché. Ce n’è assoluto bisogno”.

Quando nel 2008 le tre principali banche islandesi vennero nazionalizzate ed il governo decise di socializzare i debiti, Hordur aveva già alle spalle anni ed anni di lotte sociali. Ciononostante l’avvenimento lo colse di sorpresa, come accadde all’incirca per tutti gli islandesi. “Quando arrivò la crisi, nell’ottobre 2008, non sapevo cosa stesse succedendo. Fino a pochi giorni prima ci avevano detto che eravamo una delle nazioni più ricche del mondo e d’improvviso le banche fallivano, ci ritrovavamo di colpo senza più niente”.

La rapida fine del “sogno islandese”, che nel volgere di pochi anni aveva stravolto una nazione, fatto annusare a chiunque il profumo di una ricchezza facile, a portata di mano, stava creando una rabbia diffusa. C’erano manifestazioni e qualche tafferuglio, ma tali espressioni di dissenso si concludevano generalmente nel giro di poche ore e lasciavano la situazione inalterata. Mancava organizzazione, nessuno sapeva esattamente cosa andava fatto.

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